Ci sono domande che non cercano una risposta definitiva, ma che ci tengono sul cammino giusto.
Una di queste è: “Sto facendo il giusto per lui?”
Non è una domanda tecnica, né una formula da addestramento. È una domanda relazionale, che nasce nel momento in cui smettiamo di vedere il cane come un soggetto da gestire, e iniziamo a vederlo come un essere vivente con la propria storia, i propri bisogni, la propria identità.
Nel mio lavoro con i cani, e in particolare nel mantrailing, questa domanda ritorna spesso. Quando osservo Ciccio, un Pastore del Lagorai, reagire con un abbaio deciso e un avvicinamento sicuro davanti a cani che lo fissano o gli abbaiano contro, potrei pensare a una reattività da contenere. Ma quando noto lo stesso comportamento nei confronti delle pecore che si allontanano, o che lo affrontano frontalmente, capisco che non sto osservando un “problema”, bensì un comportamento che affonda le radici nella filogenesi. È la sua natura, il suo mestiere ancestrale: contenere, raccogliere, organizzare lo spazio intorno a sé.
La filogenesi come chiave di lettura
L’etologia contemporanea ha da tempo spostato il focus dalla pura osservazione comportamentale alla comprensione del comportamento come prodotto di un’interazione tra eredità genetica, apprendimento e contesto. Il comportamento di un cane non è mai un dato da correggere in modo automatico, ma un’espressione adattativa che merita di essere compresa.
Come scrivono Bekoff e Allen (1997), nella prospettiva dell’etologia cognitiva il comportamento animale è guidato non solo da istinti, ma anche da processi mentali complessi, intenzionali e contestuali. Il cane non agisce semplicemente “perché è programmato a farlo”, ma perché quella risposta, in quel contesto, per lui ha un senso.
Correggere un comportamento che ha valore funzionale, senza comprenderne l’origine, significa entrare in conflitto con l’identità stessa del soggetto. E questa è una questione prima etologica, poi educativa, infine profondamente etica.
Etica del comportamento vs etica della relazione
In ambito educativo, troppo spesso l’etica viene intesa come un codice comportamentale: cosa è giusto, cosa è sbagliato, cosa va corretto. Ma se spostiamo lo sguardo dal comportamento alla relazione, l’etica cambia volto. Non si tratta più di stabilire se il cane si comporta bene o male, ma se noi, come esseri umani, stiamo rispettando la sua natura.
Come afferma Vinciane Despret (2002), studiare gli animali implica un cambiamento di postura: non più osservatori neutri, ma partecipanti coinvolti in una relazione che cambia entrambi. In questo senso, il cane non è uno strumento educativo, né un mezzo per raggiungere un obiettivo sportivo o sociale. È un soggetto. E in quanto tale, va ascoltato.
L’etica cinofila non può più permettersi di essere centrata solo sull’efficacia. Deve includere la domanda: “Sto rispettando chi ho davanti? Lo sto aiutando a vivere meglio o sto solo cercando di renderlo più gestibile?”
La relazione prima del risultato
Tornando a Ciccio, so che potrei interrompere il suo abbaio, inibirlo, addestrarlo a non farlo più. Ma a che costo? Il suo comportamento ha senso, ha una logica interna e una funzione. Ha radici profonde che non posso ignorare.
E allora torno a chiedermi: sto facendo il giusto per lui?
In questa domanda c’è già una direzione. Non una risposta definitiva, ma una bussola etica.
Una scelta quotidiana di relazione.
Educare, per me, non significa piegare il cane a un ideale, ma accompagnarlo in un percorso in cui possa esprimere sé stesso in modo compatibile con il nostro mondo, senza snaturarsi.
E il mantrailing è uno di quei luoghi in cui questa espressione può emergere limpida, senza filtri. Non è lo strumento che uso per migliorarlo: è la lingua che usiamo per capirci.
Conclusione
Ci sono giorni in cui ci si sente incerti, in bilico tra ciò che è “tecnicamente giusto” e ciò che sembra “giusto per lui”. Ma ogni volta che ci fermiamo e ci poniamo la domanda, senza fretta, senza giudizio, stiamo già facendo un atto di profondo rispetto.
Forse non esiste una risposta unica. Ma esiste un modo etico di cercarla. Insieme.
Riferimenti bibliografici
- Bekoff, M., & Allen, C. (1997). Cognitive ethology: Slayers, skeptics, and proponents. In P. Machamer & M. Carrier (Eds.), Philosophy and the Sciences of the Mind (pp. 51–92). University of Pittsburgh Press.
- Despret, V. (2002). Quand le loup habitera avec l’agneau. L’animal politique. Les Empêcheurs de penser en rond.
- Coppinger, R., & Coppinger, L. (2001). Dogs: A Startling New Understanding of Canine Origin, Behavior, and Evolution. Scribner.
- Horowitz, A. (2009). Inside of a Dog: What Dogs See, Smell, and Know. Scribner.
- Udell, M. A. R., & Wynne, C. D. L. (2008). A review of domestic dogs’ (Canis familiaris) human-like behaviors: Or why behavior analysts should stop worrying and love their dogs. Journal of the Experimental Analysis of Behavior, 89(2), 247–261.